LE PAROLE

Valentina Pitzalis: "Quando piangevo per essere sopravvissuta"

Ospite a Verissimo a 11 anni dal tentato femminicidio, Valentina Pitzalis racconta la sua storia: "Sono stata una vittima 'imperfetta' perché sono sopravvissuta e ho ritrovato la voglia di vivere; di questo me ne hanno fatto una colpa"

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Valentina Pitzalis si racconta per la prima volta a Verissimo a 9 anni dal tentato femminicidio da parte dell’ex marito Manuel, morto durante l’agguato, che non si rassegnava alla separazione e che ha tentato di darle fuoco appiccando l’incendio nella sua casa di Bacu Abis in Sardegna.

"All'epoca si parlava solo di violenza fisica, mentre io durante il mio matrimonio ho vissuto la violenza piscologica senza rendermene conto. Lui mi aveva isolata e da subito si è rivelato geloso in modo possessivo, io non potevo avere un mio telefono, di notte metteva i sacchetti per terra e i mobili davanti alle porte, così per andarmene dovevo far rumore. Poi alla fine con gli psicofarmaci si è scollegato dalla realtà", racconta Valentina.

"Del fatto che sono sopravvissuta me ne è stata fatta una colpa, perché di solito la vittima muore. E l'altra colpa è che ho voluto raccontare la mia storia e continuare a vivere. Speravo di morire perché faceva troppo male, ho cominciato a battere i piedi, così i vicini mi hanno sentito, ho bruciato. Credevo che lui fosse scappato, solo quando sono entrati i soccorsi ho scoperto che era morto. All'inizio ero arrabbiata con i medici che mi avevano salvata".

Quando ha smesso di piangersi addosso, è arrivato il perdono: "Ho perdonato la persona, che ha perso la vita per quello che ha fatto, ma non il gesto; è stato vittima di se stesso. La beffa è che dopo tutto quello che ho passato, questi nove anni sono stati all’insegna di una campagna d’odio e di diffamazione pazzesca e ferocissima da parte dei genitori di Manuel, che sostenevano che io fossi la reale carnefice e che abbia ucciso il loro figlio".
"Hanno provato varie volte a far riaprire l’inchiesta che era stata chiusa perché era tutto molto chiaro. Una terza volta, nel 2017, sono riusciti a farla riaprire. L’indagine è durata tre anni, in cui hanno anche intercettato il mio telefono e quello della mia famiglia per sei mesi. Hanno fatto di tutto e di più. Ma ho sempre avuto fiducia nella giustizia perché sapevo di non aver fatto niente".

E aggiunge: "Sono stata minacciata di morte, io però ho deciso di praticare la felicità anche perché non voglio dargliela vinta in alcun modo". Il 1° ottobre di quest’anno l’incubo è terminato con il GIP che l’ha liberata dalle accuse. Ora però ci sono le spese legali: "Non sono in grado di supportare le spese legali che ho affrontato anche se ho vinto la causa, perché la controparte si è dichiarata nullatenente e non si è arrivati a un processo. L’associazione FARE X BENE Onlus ha attivato una campagna, Aiutiamole, che quest’anno ha deciso di sostenermi per aiutarmi a chiudere definitivamente i conti con il passato".
21 novembre 2020
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