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LA RIFLESSIONE

Cesare Cremonini: "Natale è il sogno di tornare bambini, ma sobrio non vuol dire infelice"

Il cantautore ricorda i Natali della sua infanzia e riflettendo sulle festività in tempi di pandemia dà la sua ricetta: "Ognuno di noi vorrebbe un Natale normale, 'come da bambini'. Ma bambini non siamo più e piangere non serve"

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Foto Instagram @cesarecremonini

Cesare Cremonini, 40 anni compiuti durante il primo lockdown, riflette sul Natale in arrivo in tempi di pandemia, evocando anche le festività più felici della sua infanzia. "Non ho ricordi recenti di un Natale da carovana, con grandi tavolate e schiamazzi sputanti. In casa mia sopravvive l’idea di un Natale sobrio e intimo, molto tradizionale. Siamo stati in tanti anche noi. Poi in quattro da alcuni anni. Ora in tre. L’eco dei ricordi è quello delle numerose telefonate da parte dei pazienti di mio padre per gli auguri, a cui io mi divertivo a rispondere per primo, fantasticando sui vari dialetti che si esprimevano dall’altra parte della cornetta. Tra un dotto’ e un dutaur, con mio padre che fingeva di conoscere tutti. “Chi era babbo?”. “Non l’ho capito”. Mia madre rideva. Aneddoti di un periodo in un cui i medici erano parte stessa della famiglia di tante persone", scrive il cantautore bolognese che ha perso il papà Giovanni, stimato dottore, nel settembre 2018.

"Un Natale sobrio non vuole dire infelice. Anzi, all’attesa della nascita di Gesù, con il presepe in ceramica, rigorosamente non dipinto e tenuto in vita da una piccola candela che restava accesa fino all’alba, ci sono affezionato. Così questa festa di cui oggi si discute in anticipo la vivo come un 'desiderio' piuttosto solitario ma ispirato da un sentimento molto comune, cioè il rivivere l’illusione dei migliori ricordi vissuti da marmocchio. La sola occasione in mio possesso per usare gli occhi 'nel modo in cui guardavamo le cose da piccoli', come se il Natale fosse una promessa che i grandi ci hanno fatto in tempi lontani", riflette nel suo lungo post Facebook.

"È vero, non mantenerla è un tradimento fatto al nostro io. Giacomo Leopardi, di cui leggerete spesso nel libro, dice che è tutto normale e non c’è da preoccuparsi. (...) Per lui cercare quel che abbiamo visto con gli 'occhi infiniti' dei bambini era un modo per spiegare che ciò che proviamo quando pensiamo di essere felici non è altro che la ricerca di un ricordo. Ed è un’indagine bellissima (anche le canzoni nascono da quel bisogno un po’ doloroso di rivedere tutto nella sua versione migliore) a cui facciamo fatica a rinunciare. Così, al di là delle considerazioni che non mi competono, al di là del dolore delle famiglie che vivono separate e lontane, la cui sofferenza merita rispetto, se non apparteniamo a delle famiglie numerose che spero restino unite attorno ai bambini, oggi, in piena pandemia, litigare per un bisogno così intimo da appartenere proprio a tutti, mi sembra inutile. Ognuno di noi vorrebbe un Natale normale, “come da bambini”. Anche io. Ma bambini non siamo più e piangere non serve".
24 novembre 2020
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