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TESTIMONIANZA

Strage di Erba, parla un nuovo testimone

Nella puntata di martedì 24 novembre de Le Iene viene fatta ascoltare per la prima volta la versione di Abdi Kais

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Strage di Erba: ecco una nuova clamorosa testimonianza, quella di Abdi Kais, tunisino arrestato insieme ai componenti del clan Marzouk ufficialmente residente nella casa di Azouz e Raffaella – in via Diaz 25 a Erba - e che avrebbe frequentato l’abitazione dove fu commesso il delitto, proprio nei mesi precedenti a quella che è stata definita come la più atroce impresa criminale della storia della Repubblica. In esclusiva ai microfoni di Antonino Monteleone e Marco Occhipinti - in onda stasera, martedì 24 novembre, a Le Iene, in prima serata su Italia1 – le dichiarazioni inedite di un testimone mai sentito fino ad ora.

L’uomo racconta di una forte rivalità tra il gruppo di tunisini vicini ad Azouz Marzouk e quello dei marocchini che spacciava nella stessa zona tra Erba e Merone, comuni in provincia di Como. Rivalità che sarebbe sfociata in una rissa con accoltellamento da parte dei marocchini ai danni di Abdi Kais, e del fratello e due cugini di Azouz Marzouk. Dalle dichiarazioni dell’uomo si evince che i tunisini avrebbero avuto la peggio con ferite di arma da taglio e che Abdi sarebbe andato in ospedale per farsi medicare. L’episodio avrebbe dato luogo ad una vera e propria faida criminale.

Immediata la reazione dei parenti di Azouz che avrebbero bucato le ruote e spaccato con una bottiglia il parabrezza dell’auto dei marocchini che - sempre secondo il racconto del tunisino - abitavano nel comune di Merone, a qualche isolato da loro. Kais racconta che, sparita la droga dal nascondiglio del bosco di Erba, avrebbero deciso di tenerla nella cantina della casa di Raffaella e di Azouz. Sostiene inoltre che - secondo lui - non furono Rosa e Olindo a commettere la strage, perché incompatibili a quel tipo di mattanza per corporatura e preparazione fisica, a differenza dei marocchini.

È di mercoledì scorso la notizia che la Cassazione ha rigettato la richiesta degli avvocati di Rosa Bazzi e Olindo Romano - riconosciuti come autori della strage e già condannati all’ergastolo - di analizzare reperti trovati sulla scena del crimine che, nell’arco di dodici anni (il crimine è stato consumato nel 2006,ndr.) nessuno prima d’ora ha mai esaminato. Tra questi anche gli abiti dell’unico superstite alla strage, Mario Frigerio, e del piccolo Youssef Marzouk. Negli anni scorsi, per tre volte, la difesa dei coniugi Romano ha chiesto alla Cassazione di poterli analizzare e, nonostante ben tre decisioni favorevoli in tal senso, le Corti di Como e Brescia, di volta in volta, non hanno acconsentito a queste analisi.

Motivo per cui, per la quarta volta, la difesa di Rosa e Olindo è tornata al Tribunale Supremo. “Purtroppo è arrivata una notizia contraria” – commenta la decisione della Cassazione Fabio Schembri, legale dei coniugi in carcere - “C’è stato un rigetto che allo Stato impedisce l’analisi di questi reperti che sarebbe stato molto importante analizzare al fine di presentare insieme ad altri elementi la richiesta di riapertura del processo”, continua l’avvocato. “Il ricorso è stato respinto, ma rimane ancora una speranza riguardo alle motivazioni, non ancora pubblicate, che accompagneranno questa decisione. Io mi auguro e spero che nella motivazione la Corte di Cassazione possa indicare una strada tramite la quale farcia nalizzare questi reperti”, conclude Schembri.

Un'eventuale analisi dei reperti potrebbe risultare decisiva per rintracciare quel Dna di Rosa e Olindo mai ritrovato sulla scena del crimine oppure a individuare tracce compatibili di estranei, che farebbero pensare alla presenza di killer sconosciuti ai quali avrebbero potuto portare le piste alternative mai indagate. Tra queste inizialmente c’era quella delle “cattive frequentazioni di Azouz Marzouk”, il tunisino con precedenti penali che quella sera ha perso ciò che aveva di più caro al mondo e che non è affatto convinto dalle conclusioni a cui sono giunti 26 giudici in tre gradi di giudizio.

In particolare, i Carabinieri di Erba avevano considerato la concorrenzialità di diverse etnie nell’attività dispaccio tra i tunisini vicini ad Azouz Marzouk, che gravitavano nel comune di Merone, e gli albanesi di Ponte Lambro, entrambe le località in provincia di Como e poco distanti da Erba. Questa ipotesi presto fu scartata ma mai nessuno, fino ad oggi, aveva raccontato della rivalità dei tunisini con un altro gruppo che spacciava in quella zona, quello dei marocchini contro cui punta il dito il nuovo testimone Abdi Kais.

Qui sopra il servizio del 23 giugno in cui ci si è occupati della vicenda.

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25 novembre 2020
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